Relazioni pubbliche

Le relazioni pubbliche. La necessità di una persona che rappresentati il brand

Di il 25 Ottobre 2018

Un brand, oggi, non può più prescindere da una persona che si occupi delle sue relazioni pubbliche: un brand deve avere una figura che lo rappresenti. La comunicazione di questa persona, per il brand, è fondamentale. La sua immagine personale, per il brand, è fondamentale. Ma non sto parlando di comunicazione della persona pensando al suo personal branding, ossia a quelle strategie tese ad accrescere la notorietà di una persona. Penso al suo stile di vita, al suo impegno personale nel sociale, ai ruoli che ricopre nel contesto sociale sia da un punto di vista professionale che personale.

Una piccola dovuta parentesi: penso a tutto ciò soprattutto considerando che, ormai, la privacy è un lontano ricordo per tutti, personaggi pubblici e non, e che quindi la vita di tutti, per chi più e per chi meno, è sotto i riflettori. Il termine privacy, in questo caso, è da non confondere con intimità. Quella è e deve restare sempre propria dell’individuo, e tutti abbiamo gli strumenti necessari per mantenerla la nostra intimità.

Pensate ora alle crisi che i brand devono gestire ogni giorno sui social o altrove attraverso la propria comunicazione social o attraverso i propri uffici stampa.

Pensate, ad esempio, all’ultimo caso che ha riguardato l’acqua Uliveto. Il brand ha dovuto gestire le critiche piovutegli contro dopo la pubblicazione, su vari quotidiani, di una foto in cui due grosse bottiglie d’acqua nascondevano le figure delle giocatrici di colore della nazionale femminile di volley.

Ebbene, conoscete qualcuno che rappresenti pubblicamente il marchio UIiveto o che lo abbia rappresentato nella circostanza?
Chi c’è dietro il brand? Cosa fa? Che ruolo ha in azienda? Quale è il suo stile di vita? È possibile che un brand come Uliveto abbia avuto, volutamente, un atteggiamento tanto discriminatorio? Uliveto è un brand razzista?

Le iniziative legate alla comunicazione di un brand, nella maggior parte dei casi, prescindono dal volere del proprio CEO o del manager più in vista. La comunicazione e il marketing, ovviamente, sono gestiti dalle divisioni preposte che tante volte hanno piena autonomia operativa.

Concentriamoci però sul caso in questione. Come pensate avrebbe reagito l’opinione pubblica, se avesse saputo che una figura rappresentativa per l’azienda, ad esempio il suo CEO fosse stato impegnato socialmente, ad esempio, contro il razzismo o contro le varie forme di discriminazione?

Sicuramente le critiche sarebbero ugualmente arrivate; io credo, però, che una pubblica dichiarazione di scuse pervenuta da quella figura di riferimento avrebbe aiutato il pubblico che intanto aveva imparato a conoscerlo ed apprezzarlo come persona, attraverso la condivisione social della propria vita privata, e del proprio stile di vita, a ricondurre il suo volto e le sue dichiarazioni al brand sotto accusa. Questo avrebbe placato la furia degli haters in molto meno tempo rispetto a quanto è accaduto, perché avrebbe dato vita, come reazione spontanea, ad interventi sui social anche in difesa del brand, grazie all’esposizione mediatica e alla presa di posizione che una “figura amica” e credibile aveva condiviso. A fare la differenza è sempre la credibilità degli individui.

Un tempo i grossi brand ingaggiavano le risorse preposte al mantenimento delle relazioni pubbiche. Erano figure diverse rispetto agli uffici stampa tradizionali. Figure che guidavano la comunicazione interna e che erano capaci di influenzare l’opinione pubblica a beneficio del brand per cui lavoravano sia attraverso le posizioni che il brand prendeva, sia le iniziative che questo metteva in atto. Oggi la presenza di queste figure professionali è calata nelle grandi aziende; le piccole aziende, invece, non la prendono neanche in considerazione. È un enorme peccato perché questa oggi sarebbe, anzi, meglio dire che questa oggi è la figura professionale più utile per ogni brand. Che si tratti di piccole aziende o di grandi aziende, al loro interno serve una risorsa del genere, che sia trasformata rispetto al passato, che sappia utilizzare strategicamente la stampa, i social network, che sappia condurre, dall’interno, il brand verso i suoi obiettivi, e che sappia comunicarli nel modo migliore verso l’esterno.

Questa risorsa, però, dal canto suo, rispetto al passato, non dovrà avere avuto soltanto un’ evoluzione delle proprie competenze dovute al progresso degli strumenti tecnologici legati alla comunicazione; ma dovrà avere avuto, anche e soprattutto, un’evoluzione della propria visione rispetto al suo stesso ruolo: dovrà aver compreso che oggi non si può più lavorare nell’ombra, ma occorre metterci la faccia, assumersi le responsabilità delle proprie azioni e di quelle del brand. Dovrà aver assimilato il fatto che attraverso sé stessi, pubblicamente, la comunicazione diventa sia personale che aziendale. Ma anche qui occorre fare attenzione: tutto ciò non lega assolutamente in maniera indissolubile questa risorsa al brand, come si potrebbe erroneamente pensare; è, e sarà sempre, lo sottolineiamo ancora, la sua credibilità che gli permetterà comunque di prendere le distanze dal brand in qualsiasi momento in caso di eclatanti epic fail.
Viceversa sarà più difficile per il brand prendere le distanze da eventuali vicissitudini negative di carattere personale che potranno colpire il professionista scelto per un ruolo del genere. Sarà sicuramente più difficile ma, anche qui, sarà la credibilità storica del brand, nata e cresciuta grazie al lavoro di quella figura, ad avere la meglio sull’opinione pubblica.

TAGS

LASCIA UN COMMENTO

Articoli collegati