Società Imprese

La teoria del fallimento è pericolosa per i giovani

Di il 7 Aprile 2018

La teoria del fallimento io più la incontro e più mi spaventa.

La parola stessa fallimento deriva dal verbo fallire. Fallire è un verbo importante, non può essere trattato superficialmente. Non si fallisce in un colpo solo, si arriva a fallire; quindi si presume un impegno prima della prova e durante il percorso, uno studio antecedente e costante.
Tante volte quello studio e quel percorso durano anni e anni, e anni. Quell’impegno ti consuma.

Sminuire il fallimento è sminuire quello studio e quell’ impegno profuso. È dire che un percorso vale l’altro. E non è così. Quando affrontiamo dei percorsi ci mettiamo dentro tutto ciò che abbiamo. E noi non siamo uguali ad altri. Ognuno ha il suo percorso e ognuno lo deve affrontare a suo modo. Passione, anima, emozioni, tutto dentro. Siamo noi a pedalare, a correre, a investire, a studiare, a scommettere, a credere.

Fallire è un verbo per grandi.
Non falliscono i bambini, falliscono gli adulti.

Non falliscono i bambini, neanche nelle prime prove agonistiche in competizione, neanche nei saggi di fine anno quando, senza dover competere, sbagliano un passo o si bloccano per l’emozione. Non falliscono i bambini, falliscono i loro coach, i loro insegnanti, i loro genitori, perché i bambini, mentre si preparano alla prova non sono consapevoli dell’allenamento, del metodo, di cosa studiare, del come studiare, non sanno cosa serve per iniziare il percorso e poi affrontare la prova. Le prove.

Ma anche gli adulti, mi direte voi, non possono sapere quali sono i metodi più adatti per i percorsi che intraprendono. Vero, ma si presume che gli adulti possano scegliere come, con chi, quando e dove studiare prima di iniziarli. Gli adulti possono scegliere i propri maestri. Gli esempi da seguire.
Si capisce il valore di quel verbo solo se non si è bambini.

Poi si fallisce lo stesso. Ma si fallisce dopo essersi spesi. Si fallisce per stanchezza, per fattori esterni, per cattive valutazioni. Si fallisce. E bisognerebbe affrontarlo il fallimento, non giustificarlo, non dimenticarlo iniziando nuovi percorsi in maniera inconsapevole e senza prima averne capita la reale causa.

Il fallimento è il finale di un’esperienza in cui abbiamo investito del tempo. È il tempo speso che diventa il soggetto; occorre capire perché ciò che abbiamo fatto durante il tempo dell’esperienza ha portato al fallimento. Vale in tutti i contesti.

E invece..
Invece si è fatta strada, negli ultimi anni, anche per subdoli interessi, la pericolosa teoria del fallimento: fallito un percorso se ne prova un altro.

Questa enorme sciocchezza, hanno tentato e credo, purtroppo, siano riusciti, in molti casi, ad inculcarla in giovani, ingenui, ragazzi inesperti attratti dalla moda delle startup gonfiata e mascherata dalla parola innovazione.
Cosi, personaggi che non hanno mai intrapreso un percorso con coscienza, altrimenti un briciolo di umanità e di etica professionale li avrebbe fatti desistere, si permettono di parlare o, peggio, “formare”, i giovani sul fallimento.

Fallito un percorso se ne prova un altro. Non ascoltateli quelli che vogliono farvi credere che è tanto leggera l’esperienza del fallimento. Sono quelli che non danno valore al tempo; e se non danno valore al tempo non danno valore alla vita.

La verità è che “Fallire” è un verbo triste. E i veri fallimenti, come le vere tristezze, vanno conosciuti e affrontati per poter fare in modo che diventino esperienze utili per i percorsi futuri.

Studiate e impegnatevi sempre non solo per provare ma per provare a non fallire.

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1 Comment
  1. Rispondi

    Laura De Benedetto

    27 Aprile 2018

    Non si fallisce per scelta, si fallisce perchè si prova, si rischia, si fa. E, come si dice dalle mie parti (che sono anche le tue), non sbaglia chi non fa. Quindi è giusto cercare di avere successo e di vincere ma occorre prepararsi anche alla sconfitta. E dato che il 90% delle startup fallisce (e il 99% della tua prima startup fallirà) è giusto insegnare anche che fallisce il progetto, non la persona. Gli anni ’80 da bere, col loro rampantismo e carrierismo, se Dio vuole, sono terminati. I nostri figli devono imparare ad essere felici, non a non fallire. E non è fallito nè il bambino nè il maestro se ogni tanto capita di sbagliare un compito. Io sono nata nella cultura del successo e non sono brava ad ammettere i miei errori. Mio padre mi voleva perfetta, ho frequentato le sezioni migliori sempre tesa a prendere il massimo dei voti. Sai cosa mi auguro per mio figlio? Che studi, che impari, che cresca ma soprattutto che capisca cosa potrà renderlo nella vita e che sia sempre libero di scegliere. Quello che sto imparando a fare io, ma solo ultimamente. E ancora non sono immune da quello che ha cercato di inculcarmi mio padre. E che rischio di inculcare a mio figlio.

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