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Gli effetti del CoronaVirus sulle imprese: timori e speranze

Di il 24 Febbraio 2020

Oggi pensavo una cosa sulla questione delle ripercussioni del coronavirus sull’economia, sull’inattività già di alcune grosse aziende nelle zone sinora più colpite.

Speriamo tutti che possano riaprire al più presto e speriamo che la situazione non si aggravi tanto da mettere in ginocchio le aziende di tutto il paese.

Detto ciò, pensavo a quello su cui in tanti si stanno basando per le loro eventuali scorte di viveri nelle prossime settimane se la situazione degenerasse. Quelli forti del loro grado di digitalizzazione da fruitori, da acquirenti, da clienti, quelli che fanno acquisti online, quelli che si fanno arrivare la spesa a casa da Amazon e co. Quelli che credono che almeno a loro la spesa non mancherà mai, e che oggi credono che si stanno prendendo una rivincita contro chi attacca e critica il commercio elettronico. Quelli che loro sono avanti e gli altri non hanno mai capito niente. Tante volte, poi, questi sono quelli che si fanno pure pagare da quelli che non capiscono niente, per spiegargli come si fanno le cose, ma che comunque non sono in grado di fargliele capire e impostargliele.

Ecco, vi invito a riflettere su due cose. La prima è fortuita: il caso ha voluto che i primi paesi italiani in cui sono scoppiati i focolai di questo virus siano quelli delle regioni più “avanzate”, quelli in cui la sharing economy è più attiva. La Lombardia, il Veneto, l’Emilia.
Il più grande sito di logistica di Amazon è a Piacenza, a Castel San Giovanni. Metri cubi di merce di migliaia di aziende sono stoccati lì; è la merce che ogni giorno parte e arriva a casa di chi acquista su Amazon. Non credo che ci saranno problemi in tal senso: la merce continuerà a partire tranquillamente. Il problema, semmai, e la cosa non è affatto improbabile, è che le merci inevitabilmente diminuiranno, e se il sito di Castel San Giovanni dovrà chiudere per tutelare la salute dei lavoratori locali, tenderanno a terminare.
Se il sito sarà chiuso, quindi, le merci non arriveranno più in Amazon e di conseguenza non potranno partire, e sulle pagine Amazon apparirà la scritta “al momento non disponibile”.

Sapete quale è il dramma nel dramma? E questo è il focus del mio pensiero di oggi…
Il dramma reale, a prescindere che si realizzi o meno l’evenienza della chiusura dei centri di smistamento Amazon, è che tantissime delle aziende che inviano la merce alla piattaforma logistica o direttamente ad Amazon che l’acquista per rivenderle non ha un suo ecommerce proprietario. Tantissime aziende non fanno ecommerce diretto. Tante di queste non hanno neanche un sito. E anche quelle più “predisposte” non sono organizzate internamente con una propria logistica per affrontare in maniera soddisfacente le dinamiche dell’ ecommerce.

In questi anni ho sentito in tanti, anche tra quelli più esperti, quelli che parlano di digitalizzazione, economia della condivisione, Gig economy, ecc… accusare Amazon di monopolizzare il mercato.
Ora mi chiedo: in quanti di questi hanno reso i propri clienti capaci di produrre per la loro azienda lo stesso fatturato (ma anche solo un terzo) che gli garantisce Amazon?

Tutte le volte che in questi anni si è parlato dell’aumento dell’ecommerce in Italia ho sempre ribattuto di fare attenzione, che quelli che sbandieravano erano dati basati solo sugli acquisti degli ebuyer, che non erano dati che attestavano un aumento effettivo delle aziende che vendono online, ma era solo un naturale (finalmente) aumento della capacità dell’utente medio di vivere la rete anche commercialmente, usufruendo dei servizi che la rete offre, ma che stava imparando a farlo solo grazie e attraverso i grandi marketplace. Non stavano aumentando le aziende che vendono online.

Oggi quindi, da imprenditore, da artigiano, ho un timore e una speranza: il timore è quello comune credo, che questa situazione porti seri danni all’economia del nostro paese. La speranza è che le imprese si renderanno conto, purtroppo affrontando un periodo complicato da gestire, dell’importanza di organizzare quel canale commerciale che ancora chiamano “alternativo”, che invece è ormai primario per le aziende di ogni dimensione, e che doveva esserlo da quando si è iniziato a parlare di globalizzazione. Perché se domani i centri Amazon chiuderanno per qualche giorno, settimane o mesi; se saremo limitati nei nostri spostamenti e sarà limitata la socialità, le aziende che saranno pronte a gestire tutto il flusso commerciale internamente, saranno quelle che da questa situazione, paradossalmente, ne usciranno anche rinvigorite.

Teniamo duro.

Aggiornamento al 25 Febbraio

Amazon sospende le spedizioni nelle aree dei focoloai e (soprattutto) sospende l’accesso ai centri logistici per tutti i lavoratori residenti nelle stesse aree.

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