Società

La necessità di critici in un paese di opinionisti

Di il 26 novembre 2018

Da quando ero bambino le uniche cose di cui mi lamento sono quelle che non vanno bene per qualche colpa mia. Critico. Critico me stesso; e quando so che non è colpa mia mi incazzo ancor di più con me stesso perché sto in situazioni che non mi stanno bene, con persone che non mi stanno bene perché non fanno le cose bene, o perché sto in posti in cui non sto bene.

Allo stesso tempo, però, sono un entusiasta. Quando le cose vanno bene non mi trattengo. Devo dirlo, compiacermi dei meriti. Riconoscerli a me stesso e a chi sta facendo andar bene le cose.

Nel momento in cui li riconosco, però, anche lì, inizia la critica. La critica con lo sguardo rivolto a cosa poter fare per migliorare, o a quale cosa nuova poter iniziare. E allora cominciano le idee nuove, lo studio delle colpe di chi ha già provato qualcosa di simile e ha fatto male, e lo studio dei meriti di chi ha già provato qualcosa di simile e ha fatto bene. Colpe e meriti nelle esperienze.

Credo che questa cosa me l’abbia trasmessa mio padre: il senso della critica. L’autocritica. Si studia. Per criticare qualcosa devi averla studiata. Altrimenti cosa critichi?

Ecco, questa credo sia l’enorme differenza tra la critica e l’opinione. E forse questa è la causa per cui sembriamo un popolo di opinionisti ormai.

Non abbiamo studiato. Non ci va di ammetterlo, e non abbiamo capito che, invece, è il solo modo per migliorarci. E quindi, pigri, esprimiamo opinioni. Opinioni su tutto e tutti, tranne che su noi stessi.

Perché, che opinione abbiamo di noi stessi? Dovremmo fare l’autocritica di una vita per avere un’opinione. L’unica vita che conosciamo davvero. Ed è meglio di no. Quindi facciamo spallucce. Fateci caso, quando ci chiedono che opinione abbiamo di noi stessi la prima cosa che facciamo è alzare le spalle come a dire “che ne so…”.

Degli altri, invece, che ci frega: “Che opinione hai di tizio?” “L’ho conosciuto di sfuggita l’altra sera. È un coglione!”

Così hanno fatto diventare l’opinionista un mestiere. Avete presente quei personaggi che vanno in tv a esprimere opinioni su fatti e persone a loro del tutto estranei? Siamo tutti noi. Ad alcuni pagano un gettone per esprimerle in tv. Opinioni buone e cattive. Mai qualcuno che dica “non lo so”, che poi non lo chiamano più e “perde il lavoro”.

Ci stiamo nutrendo, da anni, di opinioni di gente che non ha studiato le cose per cui è chiamata a parlare. E, non sapendo di cosa parla, dà la colpa a chi ha parlato prima di lui. È a queste persone che noi oggi diciamo “lasciamoli lavorare…”. Ma lavorare cosa? Stanno governando un paese facendo esperimenti con le loro opinioni sul nulla. E abbiamo appena detto che esprimere opinioni non dovrebbe essere considerato un lavoro.

Allora basta.

Forse è per questo che non sopporto chi cerca sempre alibi. La colpa degli altri è qualcosa che dovrebbe essere lontana da noi. Anche quando la riconosciamo perché palese, dovremmo guardarla, studiarla e tenerla alla larga perché, altrimenti, rischiamo di farla diventare la nostra colpa di non essere migliorati. Così funziona se non ve ne siete accorti: le colpe degli altri sono sempre i nostri alibi migliori per giustificare le nostre colpe. “Eh, non c’è riuscito neanche tizio”. “Anche Caio aveva fatto così”. E intanto continuiamo a sbagliare.

E santo cielo, smettiamola con quella cosa di santificare i fallimenti. I fallimenti nascondono errori, sbagli, e quindi colpe. Il fallimento, se non si studia e analizza, sarà il primo di tanti fallimenti. E infatti, in una società che ragiona così, che non studia, che non fa autocritica dei fallimenti, ma che esprime opinioni superficiali cercando in maniera banale il buono dell’esperienza fallimentare, non c’è speranza di miglioramento.

Facciamola un po’ di autocritica. È tutta colpa nostra se la maggioranza di chi siamo oggi è quella che “e allora il Pd?”. È tutta colpa nostra se nel 2018 dobbiamo manifestare contro la violenza sulle donne.

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