Digital marketing

La superficialità sui concetti di impresa e marketing è grave. Derive dal caso Taffo

Di il 4 Dicembre 2019

Il mio approfondimento sulla questione nata dopo la comunicazione di Taffo nella giornata contro la violenza sulle donne è circolato tanto sui social in questi giorni, ed è stato discussa molto. Come spesso capita, gli argomenti tanto chiacchierati portano poi dietro di sé tanti contenuti sparsi lasciati un po’ alla deriva. Io voglio riprenderne uno in quanto credo sia giusto approfondire alcuni punti. È un commento arrivato al mio articolo. Questo:

“Pensando alla “buonanima” di Taffo (del suo consulente marketing rectius) non posso non pensare che fare impresa significa rischiare. Anche per fare del buon marketing bisogna osare. Se esistesse un premio per chi ha osato di più a ragione con la pubblicità, Taffo sarebbe tra i primi 3. E’ facile osare quando vendi birre, auto o merendine…”

Quel “la buonanima di Taffo o del suo consulente marketing, scritto credendo di fare i simpatici, non mi è andato proprio giù per la facilità e leggerezza con cui vengono pronunciate frasi del genere che ironicamente vogliono dire che per chi sbaglia non c’è più scampo.

Vorrei dire smettiamola e ridimensioniamoci tutti; torniamo a dare il giusto peso alle cose, agli errori, ma soprattutto agli eventuali errori: la responsabilità grave, quella che pesa, nel caso specifico, è relativa a tutto ciò che è venuto dopo quella comunicazione incriminata, ed è dell’azienda Taffo, non dell’agenzia che le segue la comunicazione social. L’errore dell’agenzia doveva rimanere semplicemente in quel messaggio incluso in quella comunicazione che, per quanto fastidioso possa essere risultato, avrebbe fatto il suo veloce corso finendo presto nel dimenticatoio se l’azienda Taffo avesse avuto un responsabile della comunicazione al suo interno, capace di prendere in mano la situazione. In questo modo l’errore dell’agenzia sarebbe stato risolto con un semplice chiarimento tra il committente e il suo fornitore, mentre e le critiche rivolte al brand sarebbero state attenuate da una presa di posizione dell’azienda (che sarebbe potuto essere un banale mea culpa).

Inoltre credo che questo commento ci rimandi esattamente il livello di preparazione delle persone sul tema del “fare impresa”; ed in più ci riporta a ragionare su una certa superficialità con cui il marketing viene trattato come se fosse una materia estranea all’azienda. Prendendo, quindi, come spunto i concetti contenuto in esso, vorrei precisare che:

  1. “Fare impresa significa rischiare”.
    Questa è una banalità enorme. Decidere l’impresa comporta un certo rischio che ormai credo sia anche inutile rimarcare. Gestire poi l’impresa è questione quotidiana. Prendere decisioni, più o meno rischiose, durante la gestione dell’impresa è normale. Quindi che il rischio debba essere visto come qualcosa di “geniale” o una dimostrazione di coraggio, direi che è una sciocchezza abissale.
  2. “Per fare del buon marketing bisogna osare”.
    Precisiamo cos’è il marketing: il marketing non è la comunicazione, men che meno la pubblicità. Già occorre distinguere tra comunicazione e pubblicità, che sono due cose differenti: si può fare comunicazione anche senza fare pubblicità; e si può fare pubblicità senza saper comunicare un messaggio. Chiarito ciò, quello che la web agency in questione fa per il suo cliente Taffo non è marketing, ma è solo comunicazione (addirittura forse solo comunicazione social, questo non lo so). Non è neanche pubblicità, ma forse solo gestione del budget destinato alle adv social. Non è marketing in quanto i loro piani non toccano Prezzo, Prodotto e Placement, ossia gli altri elementi cardine che, insieme alla comunicazione e alla pubblicità, costruiscono il marketing. Ragion per cui, se vogliamo dare un premio a Taffo, cioè all’agenzia che li segue, e lo diamo per il social marketing (che è diverso anche dal digital marketing perché si concentra solo sui canali social), io non avrei nulla in contrario, nonostante l’errore commesso nella giornata contro la violenza sulle donne.
  3. “E’ facile osare quando vendi birre, auto o merendine…”
    No, quando vendi merendine, birra, ecc. non è più facile osare.

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